Un viaggio nel mondo della cucina giapponese, degli anime e dei manga, dove il cibo diventa filo conduttore tra tradizione, immaginario e gesti quotidiani. Itadakimasu – Le storie nascoste nella cucina degli anime, a Milano, non è solo da guardare: è un percorso immersivo da vivere, tra scenografie, ambienti interattivi e racconti che parlano a livelli diversi.

Io e Mara siamo andati a vedere la mostra insieme a Samuele, mio nipote di 12 anni, appassionato di manga e anime.
Questa non è quindi una recensione “classica”, ma il racconto della stessa esperienza da tre punti di vista: il mio, da amante di grafica, disegno e cibo giapponese; quello di Mara, viaggiatrice curiosa attenta alle tradizioni; e quello di Samuele, che vive questo mondo con entusiasmo, tra le pagine illustrate dei manga e le scene degli anime.

Due giri, due livelli di lettura

Abbiamo fatto prima un giro in autonomia, lasciandoci guidare dagli spazi e dalle scenografie. La mostra è costruita come un percorso immersivo, dove ogni stanza racconta qualcosa anche senza bisogno di spiegazioni troppo esplicite: si osserva, si attraversa, si assorbe.

Successivamente abbiamo avuto la possibilità di fare una visita guidata con Silvia Casini, curatrice della mostra, che con grande passione ci ha accompagnati stanza per stanza, aggiungendo livelli di lettura fatti di ricerche, aneddoti e collegamenti culturali. Silvia è romana, laureata in Lingue e Letterature Straniere, e ha costruito una carriera poliedrica tra editoria manga, cinema e scrittura, che si riflette nel modo in cui intreccia immagini, narrazione e cultura pop.

Oltre alla sua attività di curatrice, Silvia ha pubblicato diversi libri, tra cui La ragazza che amava Miyazaki (un romanzo che celebra l’animazione giapponese e la creatività e opere come La cucina incantata – Le ricette tratte dai film di Hayao Miyazaki, oltre ad altri volumi di narrativa e saggistica legati al cibo e alla cultura cinematografica giapponese.

Silvia è anche tra gli organizzatori dei Japan Days di Roma, una manifestazione culturale che porta il Giappone contemporaneo e tradizionale nel cuore della capitale.

Quel secondo giro ha cambiato completamente la percezione dell’esperienza: ciò che prima era suggestione è diventato narrazione consapevole, fatta di connessioni, simboli e significati che vanno ben oltre l’impatto visivo.

Accanto a Silvia, che ha curato la parte illustrata e cinematografica, c’è anche Sam, creator dietro il profilo @pranzoakonoha, che si è occupato della visione culinaria della mostra. Da anni Sam racconta il cibo visto negli anime trasformandolo in piatti reali e ricette, mettendo in relazione immaginario pop e cucina concreta. Anche qui il cibo non è mai semplice decorazione, ma parte attiva del racconto, un filo che unisce immagini, gesti e cultura.

Il mio sguardo: grafica, disegno e dettagli che restano

Da amante della grafica e del disegno, mi sono soffermato a lungo sulle tavole originali di manga esposte lungo il percorso, tra cui anche lavori legati a Miyazaki, e sugli spezzoni di anime proiettati nelle varie stanze. È affascinante vedere come alcune scene iconiche, nate su carta o sullo schermo, trovino qui una nuova dimensione fisica. Non è solo una trasposizione visiva, ma un vero passaggio dal disegno allo spazio, che prepara idealmente al tema della riproduzione concreta del cibo.

Particolarmente riuscite sono le riproduzioni dei piatti, realizzate con la tecnica giapponese dello shokuhin sampuru, la stessa utilizzata davanti ai ristoranti in Giappone per mostrare i piatti del menu. In mostra questi modelli non sono semplici copie: nascono direttamente dalle scene degli anime, creando un corto circuito visivo molto potente. Quello che vedi animato sullo schermo lo ritrovi davanti a te, identico e tridimensionale, sospeso tra finzione e realtà.

Lungo il percorso, alcuni video aggiungono un ulteriore livello di lettura, con pillole gastronomiche e piccoli tutorial che spiegano come ricreare quei piatti a casa. Un dettaglio che ho apprezzato molto è il messaggio che passa in modo naturale e mai didascalico: in Giappone un piatto non deve essere solo buono, ma anche bello, curato nella forma, nei colori e nell’equilibrio complessivo.

Nonostante la mostra sia estremamente fotogenica, non ho mai avuto la sensazione che fosse pensata solo per lo scatto “da Instagram”. Le scenografie lo permettono, certo, ma l’esperienza va oltre: invita a fermarsi, osservare, ascoltare e capire. Ed è proprio questo che, alla fine, resta più delle fotografie.

Lo sguardo di Mara: il cibo come gesto sacro

Mara è rimasta colpita soprattutto dalla dimensione simbolica e sacra del cibo. Durante la visita, Silvia ci ha raccontato una credenza affascinante: secondo la tradizione giapponese, il cibo sarebbe nato dal corpo di una dea morta. Da qui nasce il rispetto profondo per ciò che si mangia e per i gesti legati al nutrimento.

Questo aspetto ha toccato particolarmente Mara, che ha ritrovato in quei racconti il senso di accoglienza, cura e ritualità che tanto ama quando viaggia.

È rimasta poi incantata dall’universo del Maid Café: un mondo a metà tra gioco e rituale, fatto di sorrisi costruiti, gesti codificati e un’estetica volutamente sopra le righe, che racconta molto più di quanto sembri sul modo giapponese di intendere intrattenimento e accoglienza.

Un altro momento che l’ha colpita è stato il racconto dello Shikoku Henro, il pellegrinaggio degli 88 templi del Giappone: una storia che le ha acceso ancora di più il desiderio di visitare il Paese, non solo come turista, ma come viaggiatrice attenta alle tradizioni.

Lo sguardo di Samuele (12 anni): vivere la mostra giocando

Per Samuele la mostra è stata, prima di tutto, un’esperienza da vivere fisicamente. Gli è piaciuta molto, è rimasto però davvero affascinato dalle scenografie immersive e dagli aneddoti raccontati dalla curatrice, che hanno dato senso e profondità a ogni ambiente.

Si è divertito soprattutto a interagire con gli spazi, trasformando la visita in una sorta di gioco continuo: ha portato il cibo alle divinità seguendo la tradizione scintoista, ha cantato al karaoke nel classico bar giapponese, si è seduto a tavola simulando una grande mangiata di ramen, ha scritto un desiderio su un tanzaku appendendolo a un ramo di bambù e ha camminato tra i ciliegi in fiore.

Per lui non era una mostra da guardare in silenzio, ma un luogo da attraversare, toccare e ricordare, lasciandosi coinvolgere senza filtri.

A rendere tutto ancora più divertente c’era anche una “caccia al tesoro”, che lo ha tenuto impegnato per tutta la visita: stanza dopo stanza ha cercato gli stickers nascosti, riuscendo a trovarli tutti. La ricompensa è arrivata alla fine, con un piccolo omaggio/ricordo, perfetto per chiudere l’esperienza con il sorriso.

Informazioni pratiche: dove si trova e cosa offre

La mostra Itadakimasu – Le storie nascoste nella cucina degli anime è ospitata allo Spazio Varesina 204 a Milano. I biglietti possono essere acquistati sul sito ufficiale della mostra mostraitadakimasu.it, dove sono disponibili anche dettagli su orari e modalità di visita.

Oltre al percorso espositivo, la mostra propone eventi collaterali, incontri, laboratori e visite guidate gratuite con la curatrice Silvia Casini, disponibili su prenotazione.

Un dettaglio speciale per tutti i visitatori: viene offerto un piccolo ricettario, con alcune creazioni culinarie ispirate agli anime, spiegate passo passo e ideate da Sam, curatore della parte food della mostra.

Domande frequenti

La mostra Itadakimasu è adatta ai bambini?
Sì, la mostra è adatta anche ai bambini (dai 10 anni). Il percorso è immersivo, colorato e ricco di scenografie ispirate ad anime e manga, elementi che riescono a coinvolgere anche i più piccoli, soprattutto se accompagnati da un adulto.

Quanto dura la visita alla mostra Itadakimasu?
La visita dura in media circa un’ora, ma il tempo può variare in base alla curiosità personale e al tempo dedicato alle installazioni interattive e ai contenuti narrativi.

Serve essere appassionati di anime e manga per apprezzarla?
No, non è necessario. Anche chi non conosce il mondo degli anime può apprezzare la mostra grazie al forte legame tra cibo, cultura giapponese, tradizione e gesti quotidiani raccontati lungo il percorso.

La mostra è interattiva?
Sì, alcune sezioni prevedono ambientazioni immersive e installazioni che permettono di vivere il racconto in modo attivo, non solo osservandolo.

È una mostra più culturale o più pop?
È un equilibrio tra entrambe le cose: unisce riferimenti pop a contenuti culturali e simbolici legati al cibo, alla ritualità e alla tradizione giapponese.

Uscendo: fame, sorrisi e voglia di Giappone

All’uscita avevamo tutti la stessa sensazione: una gran fame e una voglia improvvisa di “jappo”, tanto che siamo andati subito alla ricerca di un buon sushi.
Ma più del cibo, ci siamo portati via stupore, curiosità e la sensazione di aver condiviso qualcosa di bello, ognuno con il proprio sguardo.

Quando una mostra riesce a coinvolgere un amante della grafica, una viaggiatrice appassionata e un dodicenne cresciuto a manga e anime, probabilmente sta facendo qualcosa di giusto.